DIETA IN GRAVIDANZA: RISCHI E BENEFICI

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Da nutrizionista mi capita regolarmente di seguire donne in gravidanza e la richiesta più frequente è quella di non aumentar eccessivamente il peso e di riperdere il più velocemente dopo il parto.

L’altra motivazione è l’obbligo del ginecologo o del reparto ospedaliero di competenza, di mettersi a dieta quando la curva da carico di glucosio risulta alterata.

Invece secondo me, tutte le donne in gravidanza dovrebbero mettersi a dieta, soprattutto per preoccuparsi di mangiare al meglio e il più completo e nutriente possibile , per assicurare le necessità nutrizionali per sé e il bambino, sostenerne il miglior stato di salute e porre maggior attenzione alla qualità dei cibi. Strutturare una dieta per la gravidanza con questi criteri, non prevede eccessi, ma prevede sazietà, varietà, gusto, bontà e piacere.  Se la ristrettezza alimentare in gravidanza è pericolosa, lo è altrettanto la libertà assoluta di mangiare tutto ciò che più piace, se quello che piace poi sono i dolci …. quello che aumenterà in maniera pericolosa non sarà solo il peso ma anche il rischio di  problematiche legate ad alterazioni del metabolismo.

Riporto una carrellata di considerazioni (che condivido) legate alla dieta ristretta in gravidanza (Fonte: http://www.mammole.it)

GRAVIDANZA: L’OSSESSIONE PER LA DIETA È RISCHIOSA

modulo alimentazione

 

A differenza di quanto si possa comunemente pensare, la malnutrizione durante il periodo di gravidanza non è solo un problema relativo ai paesi sottosviluppati ma anche alle popolazioni ricche, complice l’ossessione per la dieta e la paura di perdere il proprio peso forma.

 

Purtroppo l’immagine ideale di bellezza si sta diffondendo con troppa forza nel popolo femminile, favorendo l’incidenza di fenomeni come la depressione post-partum, soprattutto fra le donne che hanno perso il contatto con il proprio corpo e l’immagine a cui erano abituate.

 

Questo fenomeno è tra i fattori di rischio della malnutrizione, fra le donne che non vogliono ritrovarsi in sovrappeso durante  gestazione.
Se nei paesi sottosviluppati questa è una seria problematica causata dall’assenza dei macronutrienti essenziali, nei paesi sviluppati, invece, la causa risiede nelle ideologie iconiche.

 

Molte, infatti, sono le donne gestanti che seguono un’alimentazione eccessivamente restrittiva per evitare di aumentare di peso; altre seguono un’alimentazione ad esclusione del tutto casuale e basata sulle proprie opinabili conoscenze alimentari, innescando una serie di meccanismi organici a catena che, inevitabilmente, si ripercuotono sulla salute e sullo sviluppo del feto.
Le alimentazioni molto selettive, poi, come la dieta vegan e quella vegetariana, se non seguite con criterio, rischiano di escludere quei macronutrienti fondamentali ad una gravidanza controllata ed equilibrata.

 

Il principale problema a cui madre e feto vanno incontro è la malnutrizione, che nella gestante si presenta con sintomi che vanno dalla stanchezza alla caduta dei capelli, mentre nel feto può avere un’influenza più seria e permanente: malformazioni congenite, malassorbimento, ritardo nell’accrescimento, ritardi mentali e problematiche fisiche e psico-motorie che potrebbero riflettersi anche post-nascita.

 

Altissima, per esempio, è la percentuale di mortalità infantile neonatale nei paesi sottosviluppati, dove ad una scarsa nutrizione intrauterina del feto, si possono associare malattie pre-esistenti della gestante. Ma se queste sono situazioni presenti in paesi al limite della vivibilità da un punto di vista igienico-sanitario, perché riproporre le stesse potenziali problematiche in paesi dove la carenza nutrizionale e la scarsa igiene non sono un problema quotidiano e comune? L’interessamento ossessivo per la dieta e anche per l’esercizio fisico espongono il feto a gravissimi danni, nonché la madre ad aborto prematuro.

 

Se da un lato tutte le evidenze scientifiche supportano i benefici dell’attività fisica in gravidanza, vi sono donne che eseguono un’attività fisica tutt’altro che adeguata e consona al mese di gestazione, mettendo a rischio non solo il nascituro ma anche la loro stessa salute.

 

E’ importante, quindi, che arrivi un messaggio: l’aumento di peso deve sempre essere commisurato alla crescita del feto, per cui un piano alimentare seguito da operatori specializzati e un programma di attività fisica improntato al rispetto della fisiologia della gravidanza, svolto con professionisti adeguatamente formati,  possono essere la soluzione ideale per mantenersi in forma assicurando la sicurezza del feto.

Fonti:
http://salute24.ilsole24ore.com/articles/18147-malnutrizione-in-gravidanza-e-dovuta-all-ossessione-per-la-dieta?refresh_ce
http://magazine.expo2015.org/cs/Exponet/it/economia/la-malnutrizione-delle-gestanti-causa-il-50–delle-morti-infantili

 

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PANE NERO AL CARBONE …. FA BENE DAVVERO??

Condivido un attendibile parere tecnico di un collega sulla moda emergente del pane ‘nero’, quello con il carbone.  Da sempre è risaputo che i cibi carbonizzati contengano sostanze cancerogene e che lo stesso ‘carbone’ usato come carminativo, possieda proprietà adsorbenti che possono influire sulle quantità ematiche di sostanze  utili alla salute, compresi i farmaci. Ma lascio descrivere la questione da chi ha validati argomenti a riguardo. Buona lettura

PER TUTTI I FINTI SALUTISTI ED ENORMI IGNORANTI… LEGGETE
In questi ultimi mesi stiamo assistendo ad un vero e proprio boom del pane nero; lo troviamo dappertutto, dal supermercato alla panetteria sotto casa.
E’ una moda che sta dilagando e che ha coinvolto anche grosse ditte alimentari a livello nazionale e l’80% delle pizzerie.
Recentemente Assopanificatori-Confesercenti ha fatto sapere che le vendite di questi prodotti sono aumentate nel corso dell’ultimo anno (presumibilmente grazie anche ai claims salutistici) e che il prezzo al Kg va dai 6,50 agli 8 euro, contro i 3-4 €/Kg del pane di grano duro.
Esattamente il doppio!
Anche perché un Kilogrammo di “farina nera” costa al panettiere circa 25 euro.
Un affare che sicuramente pochi sono disposti a farsi sfuggire!
Il nero è dovuto all’aggiunta di carbone vegetale alla ricetta classica del pane, in percentuale non definita, lasciata al gusto/responsabilità del produttore.
E’ bene sapere che il carbone vegetale si ottiene dal legno di pioppo, salice e altre essenze, mediante attivazione a vapore di materie prime di origine vegetale carbonizzate.
Il primo uso che si è fatto di questo tipo di pane è stato in ambito medico, grazie alla superficialità con la quale è stata propagandata la sua “presunta” capacità assorbente che costituirebbe un ausilio per i disturbi gastrointestinali, come meteorismo e diarrea.
Il carbone vegetale puro – non inserito nelle farine – viene da tempo impiegato in medicina nei casi di avvelenamenti per agevolare l’assorbimento della sostanza ingerita.
In Italia questo genere di carbone (E 153) può essere utilizzato liberamente grazie ad un ricerca del 2012 dell’Efsa, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare.
Nessuno però dice che in America, dove i casi di cancro sono elevatissimi, è vietato l’uso alimentare di questa sostanza a causa della sua potenzialità cancerogena, visto che non si può escludere in maniera assoluta la presenza di benzopirene e altri idrocarburi policiclici aromatici altamente nocivi.
Altra cosa che non ci dicono è che gli effetti benefici del carbone vegetale sono anche la loro principale controindicazione.
Di fatto questa sostanza funziona quasi come un collante nel nostro stomaco, legando tutto ciò che ha intorno a sé: veleni, farmaci e i nutrienti.
Chi assume medicine salvavita, come i diabetici o chi ha disfunzioni tiroidee, dovrebbe consumare il carbone vegetale a distanza di almeno 1-2 ore dalla loro assunzione (ma nessuno lo dice!).
Anche i genitori dovrebbero fare un pò di attenzione visto che i bambini non potrebbero consumarne molto perché, proprio per la sua porosità, il carbone vegetale blocca anche le sostanze nutrienti che sono fondamentali per la crescita.
Mangiare una brioche o un panino ogni tanto non fanno nulla di male. Il problema è nell’uso quotidiano!
Recentemente la Dottoressa Simona Lauri, tecnologa alimentare e responsabile del sito www.quotidiemagazine.it, mi ha inviato un interessante approfondimento sull’uso (abuso) alimentare di questa sostanza nella panificazione (arte bianca), nonostante che la normativa in vigore in Italia lo vieti espressamente.
Questo è l’interessante articolo che ho ricevuto:
OGGETTO: Parere tecnico relativo all’utilizzo dell’additivo colorante E 153 Carbone vegetale nel pane e prodotti da forno.
Da circa otto mesi a questa parte si assiste alla produzione e commercializzazione di pane, pizza e prodotti da forno contenenti l’additivo colorante carbone vegetale E153 oltre chiaramente alla pubblicità di detto prodotto espressamente per impasti di pane, pizza e prodotti da forno su molte testate specialistiche da parte delle aziende produttrici.
Premesso e fermo restando l’implicazione farmacologica e l’utilizzo in medicina di detta sostanza tal quale negli stati fisiologici e patologie che ne rendono necessario l’utilizzo sotto rigoroso controllo medico, non ci sono allo stato attuale dell’arte, studi scientifici che permettano di traslare tali informazioni mediche rendendole scientificamente veritiere nel momento in cui tale sostanza sia utilizzata negli impasti per pane e prodotti da forno in generale.
La situazione biochimica, microbiologica, fisica e chimico-fisica del processo produttivo di detti prodotti è molto complessa e nulla può far escludere (anzi molto probabile data la caratteristica peculiare del potere adsorbente del carbone vegetale) iterazioni chimiche e biochimiche con i componenti gasogeni e molecolari (acqua, proteine, lipidi, carboidrati complessi, zuccheri semplici, sali minerali ecc.) presenti naturalmente nell’impasto oltre all’assenza di studi e pubblicazioni scientifiche specifiche sul pane e prodotti da forno che evidenzino le iterazioni chimiche, chimico – fisiche e la concentrazione di residui cancerogeni sul prodotto finito dopo un ulteriore trattamento termico di cottura. FDA americana non lo permette mentre EFSA europea l’ha considerato sicuro in data 12.07.12 in base alla concentrazione di PHA, ma non si è espressa assolutamente sui prodotti di panificazione.
Fatte queste doverose premesse e precisazioni, nel settore della panificazione, ancora prima dell’entrata in vigore del Reg. UE 1129/2011 che modifica l’allegato II del Reg. CE 1333/2008, le leggi alle quali si faceva riferimento, per quanto concerne la disciplina igienica delle produzioni e vendita di alimenti, sanzioni e gli additivi alimentari consentiti, erano la Legge 283/62 e il DM 209/96 nel quale lo specifico Allegato IV riportava ben in evidenza che: Farina e altri prodotti della macinazione, amidi e fecole cosi come Pane e prodotti simili ecc. NON dovevano contenere nessun COLORANTE e l’Allegato III dello stesso DM 209/96 identificava proprio il carbone vegetale (E153) come ADDITIVO COLORANTE. La suddetta legge ne consentiva l’utilizzo solo ed esclusivamente in prodotti da forno fini oltre a quelli della confetteria.
L’entrata in vigore del Reg. UE 1129/2011 parte B ribadisce e include l’E153 Carbone vegetale nella categoria degli additivi COLORANTI. In riferimento però allo specifico settore dell’Arte Bianca, la tab. 2 dello stesso Reg. UE 1129/2011 NON consente l’utilizzo di nessun colorante in: PANE E PRODOTTI SIMILI non solo, ma in nessun ingrediente utilizzato per preparare il suddetto prodotto: ACQUA, FARINA, SALE, MALTO, ZUCCHERO, MIELE, BURRO E LATTE. Proseguendo, nell’attuale e vigente Reg. UE 1129/2011, Parte E 07 (07.1, 07.2) viene RIBADITO che – l’ E153 è consentito quantum satis solo ed esclusivamente nei Prodotto da forno fini (07.2) e NON in Prodotti da forno – Pane e panini ecc. (07.1).
Inoltre la Guidance document describing the foood categories in Part E of Annex II to Regulation (EC) n. 1333/2008 on Food Additives opera un ulteriore descrizione delle categorie di alimenti elencati proprio nel Reg. CE 1333/2008 operando un’ulteriore specifica proprio sui prodotti inclusi nella dicitura Cereals and cereal products (06) e Bakery wares (07).
Sulla base di dette valutazioni legali, si deduce che l’utilizzo del colorante E153 carbone vegetale nel pane, prodotti da forno, ecc. sia VIETATO. Essendo vietato, non si pone neanche il problema dell’utilizzo delle informazioni, già di per se molto opinabili, “Pizza/pane più digeribile” o similari per incentivare la vendita di detti prodotti da parte degli operatori del settore. A tale proposito ricordo che la denominazione di vendita Pane al carbone vegetale, se corretta da un punto di vista di semplice denominazione legale (Reg. UE 1169/2011), NON è lecita poiché implica l’utilizzo di detta sostanza E153 nell’impasto.
A conclusione delle considerazioni sopra esposte, non risulta lecito neanche l’utilizzo del claim riportato nel Reg. UE 432/2012 “Il carbone attivo contribuisce alla riduzione dell’eccessiva flatulenza post-prandiale” si riferisce unicamente a “..un alimento che contiene 1 g di carbone attivo per porzione quantificata. L’indicazione va accompagnata dall’informazione al consumatore che l’effetto benefico si ottiene con l’assunzione di 1 g almeno 30 minuti prima del pasto e di 1 g subito dopo il pasto” pertanto al consumo di carbone vegetale tal quale (venduto in farmacia, parafarmacia e GDO per particolari patologie seguendo sia la prescrizione, posologia sia le precauzioni di utilizzo riportate nel foglietto all’interno) o in alimenti in cui è CONSENTITO l’uso, ma non in aggiunta all’impasto per pane, pizza, prodotti da forno, ecc.
Nonostante l’amplificazione mediatica e pubblicitaria di detto colorante alimentare espressamente nel pane e pizza “neri” e in considerazione dell’analisi appena fatta, ribadisco che l’uso in arte bianca sia VIETATO e pertanto soggetto a sanzioni amministrative da parte degli Enti adibiti al controllo.
Dott.ssa Simona Lauri


Da quanto sopra si evince da parte dei produttori una palese violazione delle Legge in vigore.
Ma andiamo ora a vedere le sanzioni previste dalla legge a carico dei contravventori:
– Aggiungere all’impasto carbone vegetale, integra la violazione all’art. 5, della Legge 283/1962 (norma penale)
lettera “a”
a) private anche in parte dei propri elementi nutritivi o mescolate a sostanze di qualità inferiore o comunque trattate in modo da variarne la composizione naturale, salvo quanto disposto da leggi e regolamenti speciali;
lettera “g”
g) con aggiunta di additivi chimici di qualsiasi natura non autorizzati con decreto del Ministro per la sanità o, nel caso che siano stati autorizzati, senza l’osservanza delle norme prescritte per il loro impiego. I decreti di autorizzazione sono soggetti a revisioni annuali;
Per completezza di informazione, è da evidenziare il “Principio di precauzione” previsto dal Reg. Ce n. 178/2002:
“Articolo 7
Principio di precauzione
1. Qualora, in circostanze specifiche a seguito di una valutazione delle informazioni disponibili, venga individuata la possibilità di effetti dannosi per la salute ma permanga una situazione d’incertezza sul piano scientifico, possono essere adottate le misure provvisorie di gestione del rischio necessarie per garantire il livello elevato di tutela della salute che la Comunità persegue, in attesa di ulteriori informazioni scientifiche per una valutazione più esauriente del rischio”
Per ultimo, relativamente al divieto previsto nella tab. 2, del Reg. UE n. 1129/2011 che NON consente l’utilizzo di nessun colorante in: PANE E PRODOTTI SIMILI non solo, ma in nessun ingrediente utilizzato per preparare il suddetto prodotto: ACQUA, FARINA, SALE, MALTO, ZUCCHERO, MIELE, BURRO E LATTE”, si potrebbe configurare la violazione all’art 650 C.P.
Piero Nuciari
www.pieronuciari.it
Si ringrazia per la consulenza il Dr. Giovanni Rossi, responsabile del sitohttp://www.tecnicidellaprevenzione.eu/

KAMUT: PERCHE’ MANGIARLO? FA BENE DAVVERO O E’ SOLO UNA TROVATA COMMERCIALE?

kamut marchio Si chiama KHORASAN KAMUT una varietà di grano della sottospecie Triticum turgidum ssp. turanicum. Delle tante varietà di grano, questo è forse il più famoso e discusso al mondo e sicuramente uno dei più redditizi. Il Khorasan Kamut è oggetto di un brevetto da parte della società americana Kamut International di proprietà della famiglia Quinn, tanto che chiunque acquisti un prodotto a base di farina di Kamut, in qualsiasi parte del mondo, paga, con il prezzo del prodotto, una royalty che arriverà alla Kamut International.

La caratteristica che rende il Kamut così particolare, è il fatto di essere un grano antico, non geneticamente modificato, cioè non OGM,  e quindi di conservare le caratteristiche genetiche (e di conseguenza proteiche) originali dell’antica pianta selvatica. Questa caratteristica non sarebbe unica se, negli anni ’50, l’uomo non avesse irradiato e incrociato la pianta del grano antico, arrivando all’ottenimento di una pianta OGM con una resa in spighe su ogni pianta, molto maggiorata. Vista la maggior resa in grano e in farina della nuova pianta OGM e il grande vantaggio economico per il produttore da quegli anni in poi, si è diffuso l’uso di questi semi OGM cosi’ tanto da perdere quasi completamente traccia della pianta originale. Oggi giorno, tutto il frumento usato comunemente per la produzione di prodotti da forno, è OGM.  Questa è una delle cause dell’aumento esponenziale delle intolleranze al frumento nella popolazione mondiale. La modifica genetica ha causato un aumento della complessità e una trasformazione delle proteine della pianta, che ha reso la farina derivata meno riconoscibile dai nostri enzimi digestivi e quindi meno digeribile.

Ho conosciuto il responsabile commerciale  a livello mondiale della Kamut International, nipote di Bob Quinn (il proprietario del marchio) ad una fiera qualche anno fa e non ho resistito dal chiedergli la vera storia del Kamut. kamut chicchi Mi ha detto, che un amico dello zio, in viaggio in Egitto, notò questi grandi chicchi e volle portarli all’amico ricercatore in agraria al suo ritorno. Bob Quinn ne ha studiato  le caratteristiche e lo ha coltivato, facendo anche farina che ha fatto utilizzare a numerose persone. le persone, che mangiavano farina di kamut, riferivano tutte una migliore digestione e la scomparsa di numerosissimi sintomi sia a livello intestinale che generali. Dopo 10 anni di studio e di continue conferme, hanno deciso di brevettare la pianta, per preservarne le caratteristiche: il Kamut, per chiamarsi tale, deve rispondere a precise caratteristiche di composizione e coltivazione, è necessariamente coltivato con metodologia biologica.

 

Al di là della giustificazione o meno del prezzo, il Kamut ha caratteristiche nutrizionali leggermente diverse dal frumento comune, primo fra tutte, un maggior contenuto di proteine e una minor quantità di carboidrati, che lo rendono un cereale  più adatto a chi vuol controllare il profilo glicemico della dieta.

Questa varietà di grano inoltre, rientra in quella ristretta fascia di cereali ‘antichi’ non modificati, razionalmente più digeribili …  la maggior parte delle persone che provano a confrontare la digeribilità di un piatto di pasta di grano ‘moderno’ e uno di kamut, si accorge della differenza!  Il kamut si pone come alternativa al frumento comune, per tutti quelli che vogliono consumare un grano di alta qualità ed evitare frumento modificato, contenente glutine modificato, che sempre più, risulta dannoso all’intestino. Il kamut NON è indicato per chi ha problemi di CELIACHIA, perchè contiene glutine e per chi è ALLERGICO al GRANO , perchè è comunque un tipo di grano.

Caratteristiche generali

Valori Generali Grano Comune (media USDA) Grano Khorasan
Acqua 11,5% 9,7%
Valore energetico 100 g 335 cal 359 cal
Proteine 12,3% 17,3%
Lipidi totali (grassi) 1,9% 2,6%
Carboidrati 72,7% 68,2%
Fibre grezze 2,1% 1,8%
Ceneri 1,66% 1,82%

Contenuto in vitamine e minerali

mg/100 g Grano Comune (media USDA) Grano Khorasan
Calcio 30 31
Ferro 3,9 4,2
Magnesio 117 153
Fosforo 396 411
Potassio 400 446
Sodio 2,0 3,8
Zinco 3,2 4,3
Rame 0,44 0,46
Manganese 3,8 3,2
Vitamina B1 0,42 0,45
Vitamina B2 0,11 0,12
Niacina 5,31 5,54
Acido pantotenico 0,91 0,23
Vitamina B6 0,35 0,08
Folacina 0,0405 0,0375
Vitamina E 1,2 1,7

Contenuto in Aminoacidi

g/100 g Grano Comune (media USDA) Grano Khorasan
Triptofano 0,194 0,117
Treonina 0,403 0,540
Isoleucina 0,520 0,600
Leucina 0,964 1,23
Lisina 0,361 0,440
Metionina 0,222 0,250
Cistina 0,348 0,580
Fenilanina 0,675 0,850
Tirosina 0,404 0,430
Valina 0,624 0,800
Arginina 0,610 0,860
Istidina 0,321 0,430
Alanina 0,491 0,630
Acido aspartico 0,700 0,980
Acido glutamminico 4,68 5,97
Glicina 0,560 0,650
Prolina 1,50 1,44
Serina 0,662 0,930

 

 

intestino salute

 

Esistono alternative meno costose, rappresentate da tutti i ‘grani antichi’ , rimasti intatti, protetti dalle tradizioni contadine locali, ne esistono di varie qualità in varie zone d’Italia, a partire da Grano Senatore Cappelli (Puglia e Basilicata), grano Verna (Casentino – Toscana) e grano Saragolla (Campania, Abruzzo, Basilicata), con caratteristiche di qualità, palatabilità e digeribilità sovrapponibili all’ormai noto e inflazionato Kamut.

DIETA VEGANA E DNA

Dieta vegana, invecchiamento e DNA: le nuove scoperte

Uno studio condotto da un team di ricercatori dell’Università della California (San Francisco), sotto la guida del famoso nutrizionista americano Dean Ornish, ha dimostrato per la prima volta il potere di un regime alimentare corretto sul DNA umano. In particolare, una dieta vegana (che include il consumo di frutta, verdura, legumi e cereali ed esclude carne, pesce, latticini e uova) sarebbe in grado di agire sull’organismo a livello genetico, avendo effetti diretti sui telomeri”, la parte finale dei filamenti cromosomici, la cui lunghezza è stata legata alla longevità e ad una ridotta incidenza di gravi malattie.

Una dieta vegana non solo aiuta a guarire da molte malattie, ma blocca letteralmente gli effetti dell’invecchiamento, agendo nell’organismo a livello genetico: uno studio scientifico americano, appena pubblicato sul Lancet Oncology, ha cosi’ dimostrato per la prima volta il potere di un regime alimentare corretto addirittura sul DNA umano. 

La ricerca condotta dall’università della California a San Francisco sotto la guida del famoso nutrizionista americano Dean Ornish (che in questo studio ha collaborato con la dr.ssa Elizabeth Blackburn, premio Nobel per la Medicina nel 2009) ha osservato in 10 uomini malati di tumore della prostata e sottoposti a dieta vegana e altre lievi modifiche allo stile di vita (il cosiddetto “Programma Ornish”), l’apparire di mutazioni “ai telomeri” dei pazienti: I telomeri sono la parte finale dei filamenti cromosomici e la loro lunghezza e’ stata legata alla longevità e a una ridotta incidenza di gravi malattie. “Abbiamo scoperto che la telomerasi è aumentata del 30 per cento in soli tre mesi”, ha detto Ornish. La telomerasi è un enzima che colpisce i telomeri. Gli studiosi hanno inoltre esaminato l’attività dei geni. “L’espressione genica su 500 geni è cambiata, in ogni caso in modo benefico,” ha detto Ornish a NBC News.
Dopo 5 anni il team ha rimisurato la lunghezza dei telomeri. Tra i 10 uomini con cancro alla prostata che hanno adottato i cambiamenti di stile di vita, la lunghezza dei telomeri è aumentata in media del 10%. In confronto, la lunghezza dei telomeri è diminuita in media del 3% nei restanti 25 uomini a cui non è stato chiesto di apportare modifiche allo stile di vita.

“E’ il primo studio ad evidenziare che un intervento sullo stile di vita può bloccare l’invecchiamento cellulare – ha detto Ornish – Le implicazioni di questo relativamente piccolo studio pilota possono andare oltre gli uomini con cancro alla prostata. Se convalidato da studi controllati randomizzati su larga scala, questi cambiamenti dello stile di vita possono ridurre significativamente il rischio di una grande varietà di malattie e mortalità prematura. I risultati ci dicono che i nostri geni sono la predisposizione, ma NON sono il nostro destino”.

Il programma Ornish, che include una dieta vegana e altre pratiche salutari (come il camminare 30 minuti quasi ogni giorno, praticare yoga e adottare tecniche di gestione dello stress) si era già dimostrato capace di invertire le malattie cardiache, il diabete e mantenere il cancro alla prostata sotto controllo.

La dieta vegana include il consumo di frutta, verdura, legumi e cereali (ed esclude carne, pesce, latticini e uova). I pazienti di Ornish dovevano anche consumare integrale e mantenere l’assunzione di grassi intorno al 10% delle calorie quotidiane.

FONTE: Dean Ornish, Jue Lin, June M Chan, Elissa Epel, Colleen Kemp, Gerdi Weidner, Ruth Marlin, Steven J Frenda, Mark Jesus M Magbanua, Jennifer Daubenmier, Ivette Estay, Nancy K Hills, Nita Chainani-Wu, Peter R Carroll, Elizabeth H Blackburn, Effect of comprehensive lifestyle changes on telomerase activity and telomere length in men with biopsy-proven low-risk prostate cancer: 5-year follow-up of a descriptive pilot study, The Lancet Oncology, Early Online Publication, 17 September 2013

Fonte: http://www.morasta.it/la-dieta-vegana-inverte-linvecchiamento-agendo-sul-dna-nuova-scoperta/#prettyPhoto   

Lo studio: http://www.thelancet.com/journals/lanonc/article/PIIS1470-2045%2813%2970366-8/fullte

NUTRISPORT DI MONTAGNA – Courmayeur 2015

Un congresso dedicato alla nutrizione e alla supplementazione nell’ULTRATRAIL , una disciplina podistica emergente, che consiste nella corsa in montagna per percorsi molto lunghi (il più lungo il Tor Des Geants 330km). Le peculiari caratteristiche dell’ultratrail: il dislivello elevato del percorso, la corsa in alta quota, la prova di durata estrema ( le corse si protraggono per molte ore, spesso anche durante la notte), fanno di questa disciplina una nuova realtà da studiare ed esaminare. L’approccio nutrizionale e l’integrazione alimentare devono essere specifiche, per gestire le particolari difficoltà incontrate dagli atleti in queste gare.

NUTRISPORT DI MONTAGNA è stato il primo congresso in Italia dedicato esclusivamente all’ultratrail, un pool di professionisti del settore per due giorni si sono scambiati relazioni, dibattiti, domande e consigli. Un’evento che arricchito tutti quelli che hanno partecipato e ha portato la giusta attenzione sul trail , tanto bello quanto difficile e pericoloso.

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INTOLLERANZA AL LATTE: intervista alla Dott.ssa Beatrice Molinari – Biologa Nutrizionista – Specialista in Scienza dell’Alimentazione

DIETA VUOL DIRE MANGIARE

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Per stare a dieta smettiamo di pensare a quello che non dobbiamo mangiare, ma pensiamo piuttosto a quello che ci fa bene mangiare. Per chi ha un’idea triste e mortificante del regime dietetico, i consigli di Beatrice Molinari appaiono come una liberazione. “L’unico modo per non avere fame è mangiare bene” ama ripetere la biologa nutrizionista valdarnese, specialista in scienze dell’alimentazione. La dr.ssa Molinari diffonde i suoi consigli su riviste specializzate, ma collabora anche con il Comune di Incisa e Rignano per la progettazione ed elaborazione dei menù delle mense scolastiche. I suoi consigli abbondano di piacevoli sorprese per chi si vuol mettere ordine nella propria alimentazione: “Se la dieta deve essere uno stile di vita alimentare non può comportare sacrifici, per questo è importante personalizzarla. I dolci ad esempio, sempre vietati per chi vuole dimagrire e rimanere in forma, possono invece essere inclusi in una dieta dimagrante se modificati con semplici trucchi: si può sostituire il burro con l’olio d’oliva, la farina bianca con farine integrali, il saccarosio con zuccheri a basso indice glicemico e insaporire con frutta fresca. Per renderli addirittura benefici, si può seguire la nuova tendenza dei dolci ‘crudi’ (dall’inglese ‘Raw’), senza zucchero, senza latte, senza lievito, senza glutine, fatti esclusivamente da frutta e non cotti, permettono di finire il pasto con un dessert dall’alto valore nutrizionale e salutistico. Stare a dieta – spiega la dottoressa Molinari – significa prima di tutto pensare alla salute, per questo è necessario scegliere il cibo in base alle proprie necessità nutrizionali e alla qualità alimentare. Come definisce l’organizzazione mondiale della sanità (OMS), la salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non semplicemente l’assenza di malattia, e la dieta è una componente della salute e del benessere: mangiare sano significa stare e sentirsi bene. La dieta deve essere sufficiente, varia e saziante: i regimi che impongono rinunce estreme, pasti sbilanciati e schemi fortemente ipocalorici sono fallimentari e potenzialmente pericolosi. I capisaldi di una dieta corretta? Molta frutta e verdura di stagione, SI alle proteine, più spesso il pesce della carne, NO a salumi, insaccati e cibi conservati, formaggi solo per chi li tollera e con molta moderazione, diminuire il frumento e inserire cereali e farine alternative, rivalutare le uova anche 2 volte a settimana e inserire le proteine vegetali come fagioli, ceci e lenticchie. Attenzione ai carboidrati, non si possono eliminare ma vanno scelti con attenzione: preferire cereali integrali ed eliminare dolciumi contenenti saccarosio, farine bianche, bibite zuccherate. La dieta – aggiunge la dottoressa Molinari –  non deve essere vista come un periodo a termine in cui si è disposti a rinunciare a tutto per arrivare al peso desiderato per poi abbuffarsi e riprendere il peso. Ricordarsi che la perdita di peso che porta vantaggi per la salute è la sola perdita di grasso in eccesso, con regimi dietetici errati, invece è facile perdere massa magra e anche tessuto osseo. Solo un cambiamento nello stile di vita che includa una dieta salutare equilibrata e personalizzata e l’attività fisica regolare, meglio quotidiana, porta veramente alla salute nel tempo. In questo modo è possibile rivalutare molti piatti della tradizione spesso dimenticati: pasta e fagioli e ribollita sono ottimi piatti unici. Evitiamo carni molto grasse e insaccati, ma concediamoci ogni tanto anche un gustoso stufato alla sangiovannese ed un panino con la porchetta (scegliendo quella magra) più salutare di uno al prosciutto crudo!”

CLAFOUTIS DI CILIEGIE VEGANO

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Ingredienti per una pirofila da 20 cm:

– c.ca 35 ciliegie
– 120 ml latte di avena
– 50 g farina 0
– 20 g fecola di patate
– 70 g malto di riso
– vaniglia q.b.
– sale, un pizzico
– bicarbonato, un pizzico
– cannella

Attrezzatura:

– carta da forno

Preparazione

Per iniziare lava e denocciola le ciliegie senza romperle troppo.
Modella la carta forno sulla pirofila e coprila completamente. Ora adagia le ciliegie sul fondo in modo che ne sia completamente coperto.

In una ciotola stempera farina e fecola aggiungendo poco a poco il latte, facendo attenzione a non formare grumi.
Aggiungi il malto, la vaniglia, il sale, il bicarbonato, la cannella e mescola finché non otterrai una pastella liscia ed omogenea.

Versa la pastella nella pirofila coprendo bene le ciliegie.
Inforna a 180° per circa 45 minuti o fino a doratura.

Servi il clafoutis di ciliegie tiepido o freddo, spolverando con zucchero a velo.

Consigli

– in base alla grandezza delle ciliegie, utilizzane la quantità necessaria a coprire tutto il fondo della pirofila, senza sovrapporle
– per dolcificare questo dolce ho utilizzato del malto di riso perchè ha un sapore più neutro rispetto a quello d’orzo, ad esempio. Puoi comunque utilizzare un altro tipo di dolcificante come lo sciroppo d’agave o d’acero, se vuoi provare un’alternativa allo zucchero.
– assaggia l’impasto prima di infornarlo: le ciliegie danno sicuramente dolcezza, ma se ami i dolci molto zuccherini verifica che sia sufficiente per te.
– per coprire la pirofila, bagna la carta forno con dell’acqua: sarà molto più modellabile.
– capirai che la torta è pronta perchè si sarà addensata e leggermente crostificata sulla superficie. Lasciala in forno ancora se ti sembra liquida.
– lascia riposare ed intiepidire la torta prima di servirla.
– il clafoutis di ciliegie si realizza tradizionalmente con le ciliegie intere perchè pare che i noccioli conferiscano un sapore particolare. Se la tua priorità non è la comodità nel mangiarla, provala senza eliminare i noccioli.

 Fonte: karmveg.it

SOVRAPPESO ED OBESITA’ DOPO I 60 ANNI: COME FARE?

anziano camminaUn recente studio pubblicato su The International Journal of Clinical Practice, riporta una  revisione di tutti gli articoli usciti tra il 1995 e il 2014 che analizzavano l’infuenza dell’allenamento di resistenza (endurance) sull’obesità, in soggetti obesi anziani (over 60).

Il problema dell’obesità nella popolazione anziana, sta rapidamente aumentando in maniera ubiquitaria in tutti i Paesi sviluppati. Come noto, l’obesità è correlata ad importanti problematiche di salute, come diabete, ipertensione e malattie cardiovascolari.

Sono stati trovati 26 studi che hanno esaminato interventi mirati specificamente a promuovere l’allenamento di endurance da solo o associato alla dieta. Questi studi hanno dimostrato un effetto positivo degli interventi di promozione sulla prevenzione primaria delle malattie cardiovascolari e un significativo effetto sul miglioramento del profilo lipidico. L’aumento dell’allenamento di resistenza in pazienti over 60, ha inoltre ben dimostrato un miglioramento della composizione corporea, della resistenza all’insulina e una riduzione della pressione sanguigna.

L’effetto positivo sul metabolismo dell’allenamento di resistenza in pazienti obesi anziani, da solo o in combinazione con la dieta, dovrebbe incoraggiare la diffusione di simile attività fisica sulla popolazione anziana, come efficace mezzo di prevenzione delle principali malattie che si manifestano soprattutto in  questa fascia di età.

Health benefits of endurance training alone or combined with diet for obese patients over 60: a review – IJCP –  Bouaziz, E. Schmitt, G. Kaltenbach, B. Geny, T. Vogel

ALLERGIA O INTOLLERANZA ALIMENTARE: QUAL’E’ LA DIFFERENZA?

allergie alimentL e intolleranze alimentari sono disconosciute e pericolosamente sottovalutate ma per capire di cosa stiamo parlando, occorre innanzitutto distinguerle dalle allergie. Le allergie alimentari sono rappresentate da reazioni immunitarie immediate, legate ad un particolare tipo di anticorpi (IgE). La reazione di tipo allergico verso un cibo è ‘esplosiva’: si manifesta immediatamente dopo l’ingestione dell’alimento, con sintomi quali vomito, diarrea, orticaria, fino, in rari casi, a shock anafilattico. L’alimento che scatena la risposta allergica è diverso da persona a persona e questo dipende dalle predisposizioni genetiche e dalla capacità personale di tolleranza immunitaria. Anche se non si può “guarire” da un’allergia, è possibile modulare la risposta allergica individuale. Con il termine “intolleranza alimentare”, invece, si identifica un gruppo molto eterogeneo (e molto discusso) di reazioni avverse al cibo. Possiamo includere in questo gruppo deficit enzimatici, come ad esempio l’intolleranza al lattosio, in cui il deficit di lattasi crea una digestione difficoltosa dello zucchero del latte; oppure intolleranze geneticamente predeterminate, come la celiachia (intolleranza al glutine). Esistono anche intolleranze alimentari dovute ad una somiglianza molecolare tra pollini–inalanti e certi alimenti, le cosiddette “crociature”. L’ingestione di alimenti crociati può causare o potenziare una reazione allergica (un esempio è la crociatura tra le muffe e i lieviti). A parte queste tipologie ben definite (anch’esse ad oggi non recuperabili), esistono situazioni di intolleranza alimentare il cui meccanismo molecolare scatenante deve ancora essere del tutto chiarito. Sono dovute a una risposta immunitaria di tipo ritardato, legata alla produzione di altri tipi di anticorpi e a meccanismi immunitari di tipo cellulare. Il nostro limite: la soglia di tolleranza Un fattore in ogni caso comune a tutti i tipi di intolleranze è il concetto della soglia di tolleranza: per avere la sintomatologia è necessario superare una quantità minima tollerata, spesso con assunzioni ripetute in 2 o 3 giorni consecutivi. Normalmente, il nostro sistema immunitario è  predisposto per la tolleranza verso tutti gli alimenti, possiamo pensare che, se la natura ci ha reso eterotrofi, ovvero  organismi incapaci di sintetizzare autonomamente tutte le sostanze nutritive e quindi legati al cibo per la sopravvivenza, ci deve aver dotato anche della piena capacità di digerire e assorbire tali sostanze, indispensabili alla nostra vita. In questo senso la tolleranza al cibo è una condizione normale e fisiologica, che si instaura dopo la nascita con lo svezzamento e dura tutta la vita. Le cause delle nostre intolleranze Cosa altera quindi questo accordo tacito tra l’interno (sistema immunitario) e l’esterno (alimenti) del corpo, tanto che si arriva a stare male mangiando anche il più comune degli alimenti? Le ipotesi sono molte: un’alterazione della permeabilità intestinale (leaky gut syndrome), la presenza di contaminanti e sostanze estranee nei cibi (pesticidi, metalli pesanti, additivi), alimenti OGM, farmaci, probabilmente tutti coinvolti in misura diversa, nella nascita di intolleranza. Qualunque sia la causa, l’ingestione di un alimento non tollerato, origina una reazione infiammatoria che parte dall’intestino e si diffonde in tutto il corpo. intolleranzePer questo i sintomi possono essere tanto legati all’apparato digerente (diarrea, costipazione, gonfiore, colon irritabile), quanto diffusi in altri distretti (dolori, mal di testa, irritabilità, stanchezza ricorrente, torpore mentale, sinusiti, eruzioni cutanee, edemi, infezioni ricorrenti, alterazioni metaboliche). Per identificare un’eventuale intolleranza alimentare, è importante rivolgersi a professionisti adeguatamente preparati ed eventualmente effettuare dei test affidabili e scientificamente validati. Non aboliamo i cibi nemici Ma attenzione, una volta riconosciuto il gruppo alimentare non tollerato, la soluzione non è la sua esclusione completa. È rischioso privare il nostro corpo per sempre di un alimento, meglio infatti non ingerirlo in certi giorni e reintrodurlo a poco a poco secondo un protocollo alimentare ben preciso, mirato al recupero della tolleranza. Con questa modalità si può ottenere la remissione dei sintomi e la reintroduzione dei cibi ‘incriminati’ nella dieta quotidiana. Quanto consigliato, non vale per la celiachia che richiede invece esclusione del glutine a vita.