QUANTE CALORIE PER LO SPORT?

Buongiorno
volevo chiedere un chiarimento sul consumo di calorie, che immagino sia necessario stimare per programmare la propria dieta. Mi spiego: ho letto in rete che a parità di sforzo, o esercizio, ci possono essere persone che bruciano più calorie e altre che ne bruciano meno, e poi che a seconda della dieta la stessa persona può aumentare o diminuire il fabbisogno di calorie.
A me piace mantenere un peso leggero anceh perchè sono abbastanza magra e questo mi aiuta nel trail, ma non voglio neanche consumarmi mangiando troppo poco: c’è qualche consiglio pratico per capire come orientarmi? E’ vero che il fabbisogno può cambiare da persona a persona?
Grazie

 

RISPOSTA:

Il fabbisogno energetico individuale, cioè la quantità di energia di cui ogni persona ha bisogno quotidianamente per ripristinare la quota di energia spesa nella giornata, dipende da molti fattori e a grosse linee, si può suddividere in tre variabili:dispendio-energetico il metabolismo basale (MB), cioè l’ energia spesa per mantenere  le funzioni vitali a riposo ( battito cardiaco, temperatura corporea, funzioni cerebrali …), che nei sedentari, è la principale componente del fabbisogno energetico totale,  la cosiddetta termogenesi indotta dalla dieta, cioè l’energia necessaria ai processi digestivi degli alimenti, che incide in minima parte, e infine,  il costo energetico per l’attività fisica. Di solito, la quantità di energia spesa o assunta si misura in calorie.  Ognuna di queste variabili è diversa da persona a persona, perché dipende dal metabolismo, dalla composizione corporea, dall’età, dalle tante caratteristiche individuali che fanno di ognuno di noi, una ‘macchina’ diversa da tutte le altre. Se diamo la stessa  identica dieta a due persone, ingrasseranno o dimagriranno o manterranno il peso in maniera diversa, questo perché hanno diverse caratteristiche fisiche, metaboliche e stili di vita diversi.  Nello sport la variabilità della richiesta energetica si amplifica, perché dipende anche dalle caratteristiche psico-fisiche e metaboliche individuali, dalla cinesiologia ed economia del gesto atletico,  dal livello di allenamento del soggetto, dal tipo di allenamento e da tutte quelle caratteristiche che portano a risultati diversi in persone diverse per lo stesso percorso.

Come indicazione generale, negli sport di resistenza, il dispendio energetico totale è di circa 1,8-2,3 volte il metabolismo basale e può arrivare fino a 4 volte, negli atleti professionisti. kcal Molto spesso, soprattutto nelle donne, l’apporto energetico è molto più basso del dispendio energetico totale, e questo può causare un’inadeguata re-sintesi di glicogeno muscolare anche con un elevato apporto di carboidrati.

Se il peso rimane stabile,  le calorie  ingerite corrispondono a quelle consumate, la prima indicazione quindi è quella di consumare una quantità di calorie che stabilizzano un peso salutare. Altro aspetto quantitativo della dieta è importante della dieta, la composizione in nutrienti che deve corrispondere ai fabbisogni,  relativi alle caratteristiche del soggetto e allo stile di vita compreso l’attività fisica. Quindi non basta pensare a quante calorie consumare, ma soprattutto tramite quali alimenti vengono assunte. E’ intuitivo pensare ad esempio che 500 kcal di tiramisù non sono uguali a 500 kcal derivanti un filetto di pesce con verdura e patate lesse conditi con olio di oliva. La dieta deve apportare anche tutti i nutrienti essenziali e indispensabili per mantenere la salute, primi fra tutti le proteine, i grassi e i carboidrati. assunzione-calorie Come non basta pensare a quante calorie si mangiano ma anche quali e quanti nutrienti si assumono ogni giorno, per un atleta non è sufficiente misurare il peso corporeo, ma anche la composizione in massa magra, massa grassa e acqua. Il consiglio è di verificare questi dati regolarmente durante l’anno rivolgendosi ad un professionista della nutrizione, valutare l’adeguatezza del peso e della composizione corporea insieme allo stato nutrizionale  e, con questi dati, apportare le dovute modifiche alla dieta per avere la miglior performance con il miglior stato di salute.

 

 

 

 

 

ALIMENTI ‘BIO’ PER LO SPORT?

Domanda generale: oramai anche barrette e integratori sportivi riportano le scritte “senza senza-glutine-spiga-barrataglutine”, “senza olio di palma”, “senza OGM”, “100% bio”, etc.. Posso chiedere l’opinione della Dott.ssa Molinari in proposito e se, negli alimenti per lo sport, da qualche vantaggio ricercare quelli con queste caratteristiche? Nel caso, quali sono importanti?
Grazie, M.T.

RISPOSTA:

Scegliere il cibo e capire cosa si sta mangiando, prendendo l’abitudine di leggere la lista degli ingredienti,  è il primo passo per migliorare la propria alimentazione. Inoltre ricordo che fare sport, dà richieste nutrizionali aggiuntive e specifiche rispetto alla dieta quotidiana, quindi, lo sportivo più del sedentario deve conoscere i prodotti alimentari che consuma, con la logica di ‘mettere benzina pulita nel motore’. In questo senso, il prodotto da preferire è quello che contiene tutto ciò che serve e niente di più. Conservanti, coloranti, additivi, contaminanti,  quando logo-biopossibile è meglio evitarli,  per questo, gli alimenti biologici hanno un vantaggio, anche se costano un po’ di più e sarebbe sbagliato escludere l’intera categoria per pochi fatti o produttori poco corretti. La definizione ‘No OGM’ sta ad indicare l’assenza di prodotti geneticamente modificati, che per certi alimenti ormai è impossibile. Gli OGM sono vietati nei prodotti biologici, ma NO OGM non vuol dire BIO,  per cui anche un alimento senza OGM può contenere conservanti e additivi indesiderati , tra i due, se si deve fare una scelta, meglio scegliere prodotti BIO. Oggi si tende a considerare il ‘crudo’  (‘Raw-food’) come la miglior fonte non solo di nutrienti, ma anche di vitamine, antiossidanti ed enzimi che, con i procedimenti di lavorazione sopra i 40°C vengono persi. barretta-rawMa attenzione a prendere
esclusivamente la strada del ’solo naturale a tutti i costi’ perché, soprattutto nello sport, in caso di necessità, un integratore di Sali fatto bene, una buona miscela pre-gara o per recupero, può fornire velocemente  tutto quello che serve in quel momento e contribuire a mantenere un buono stato nutrizionale, sarebbe sbagliato non mangiare o supplementare nutrienti essenziali solo perché di sintesi.  Per quanto riguarda la presenza di glutine, oggi si sa che infiamma qualsiasi intestino, soprattutto se è glutine modificato come quello del frumento moderno.

PARMIGIANA DI MELANZANE LIGHT (versione vegan)

PIATTO SENZA LATTE E SENZA GLUTINE

parmigiana-1

Cerchiamo di alleggerire un piatto tipicamente mediterraneo, saporito e profumato, a cui non si deve rinunciare anche se siamo a dieta. Nella versione ‘light’ che descriverò di seguito, è adatto anche per intolleranti al latte, intolleranti al glutine e vegani.

 

 

MELANZANE: nella versione alleggerita non possono essere fritte, possono essere grigliate, scottate o cotte in forno tagliate a  fette aromatizzate con spezie (es origano, capperi tritati ..). Per fare un ‘finto fritto’: tagliatele a fette, immergetele in acqua calda per qualche minuto, scolatele e disponetele su carta da forno in teglia, spennellandole leggermente  con olio extravergine di oliva, salatele e cuocetele  in ventilato a 200°C per 30 minuti.

FARCITURA: le soluzioni sono tante, ne descriverò una classica contenente soia.

  1. Per le salse di farcitura fate frullare del buon tofu al naturale (compratelo morbido) con la panna di soia o di riso, un pizzico di sale marino integrale e spolverate con noce moscata.
  2. Precedentemente preparare la pomarolasalsa di pomodoro, tipo ‘pomarola’ toscana, leggera, senza soffritto con basilico e pomodori passati. D’inverno si può utilizzate del passato di pomodoro Biologico (scegliete provenienza italiana, ci sono anche prodotti toscani).

 

 

PREPARAZIONE: A questo punto tutti gli ingredienti sono disponibili, componete  la ricetta in una pirofila da forno o in una teglia antiaderente abbastanza profonda, facendo strati alternati con melanzane grigliate, pomarola e salsa di tofu, ripetendo l’uno sopra l’altro in questo ordine (melanzane-pomarola-salsa tofu) fino alla cima della teglia.

Sull’ultimo strato è possibile spolverare pangrattato  farina di mais (nella versione senza glutine) anche con aggiunta di aromi  oppure  Parmigiano Vegano (si trova nei negozi Biologici).

Cuocere a 200° per 40 minutiparmigiana-2

 

 

 

 

DIETA BRUCIA-GRASSI: la dieta per dimagrire perdendo solo grasso corporeo

DIETA DIMAGRANTE

Di diete dimagranti, ne esistono centinaia, negli ultimi 40 anni ne sono state proposte di tutti i tipi, diete dissociate, diete senza carboidrati, diete fortemente ipocaloriche da 800 kcal, diete ‘low fat’, diete ‘low carb’, diete proteiche, diete iperproteiche … fino alle ultime del gruppo sanguigno, vegan, Paleo, bio, Zona, detox, Molecolare…. forse un principio di base valido ce l’hanno quasi (quasi) tutte, si può pensare che la dieta perfetta sia la sommatoria di tutte le diete ?

Ovviamente la miglior dieta è quella personalizzata, basata sui bisogni della singola  persona, ma nel formularla, a quali criteri bisogna fare riferimento? Quelli dei L.A.R.N. (Livelli raccomandati di Energia e Nutrienti per la Popolazione Italiana) sono sufficienti o comunque è giusto attingere anche da altre scuole di pensiero? E ancora è sufficiente ci mettiamo a dietamirare a perdere peso o dobbiamo pensare anche a migliorare i parametri metabolici e markers di salute? Per un tecnico della dietetica, già porsi queste domande è un passo avanti rispetto alla meccanica applicazione di regole matematiche insegnate dagli antiquati corsi istituzionali.

Nell’ampio panorama della dietetica, regalo a tutti quelli che sono arrivati fino a qui, un modello dietetico mirato al consumo (e quindi alla diminuzione) dei grassi corporei, ma che può migliorare anche il profilo lipidico e glicemico della persona.

Il mio omaggio ai lettori per questa estate: la DIETA BRUCIA-GRASSI: da fare in un primo ciclo di 3 settimane consecutive e poi proseguire ripetendola per 1 settimana al mese … per sempre!!

dimagrimento

 

Buona Dieta e buon dimagrimento!

COLAZIONE Uovo 2    oppure    salmone affumicato 60g

Mandorle o noci o nocciole 25g

Pane di segale o crackers di avena 30g

Olio extravergine di oliva  30g

Frutta  fresca 200g

PRANZO Verdura a volontà (tranne patate e carote cotte)

Pesce magro in filetto 200g

Pane di segale o pane integrale 30g

Olio extravergine di oliva   30g

Mandorle o noci o nocciole 25g opp olive  salamoia 50g

Frutta fresca 200g

CENA Verdura a volontà (tranne patate e carote cotte)

Carne magra di pollo o tacchino o vitello (bio) 180g

Pane di segale o pane integrale 30g

Olio extravergine di oliva   30g

Mandorle o noci o nocciole 25g opp olive  salamoia 50g

Frutta fresca 200g

 

P.S. gradite testimonianze di chi la prova.

Dott.ssa Beatrice Molinari

Biologa Nutrizionista

Specialista in Scienza dell’Alimentazione

INIZIO A CORRERE: I 5 ERRORI PIU’ COMUNI DEL PODISTA PRINCIPIANTE

Decidere di intraprendere un’attività sportiva come la corsa  in maniera regolare ed organizzata, è senz’altro una buona idea… direi un’ottima idea, che rischia di avere benefici a lungo termine di gran lunga superiori a qualsiasi cura o farmaco. Iniziare a correre è la firma su un contratto per la salute!

Il giusto approccio deve prevedere tabelle di allenamento adeguate al soggetto e un’alimentazione che sostenga la salute e il nuovo impegno. Recentemente mi è stato chiesto di trattare proprio questo argomento e scrivere un articolo sui 5 errori principali di chi inizia l’attività della corsa. Lo riporto di seguito

 

PRNCIPIANTI: I 5 ERRORI PIU COMUNI

  • NON BERE ABBASTANZA: in generale, sono poche le persone che bevono quanto dovrebbero e gli sportivi non si discostano da questa media. Le raccomandazioni per la popolazione bere allenamento italiana suggeriscono l’assunzione di 2-2,5L di liquidi al giorno per gli adulti, a cui va aggiunta, la quota persa con l’attività fisica, per chi fa sport. Il peso prima e dopo l’allenamento può essere un dato empirico che stima la perdita di liquidi, un test bioimpedenziometrico  può dare un’idea più precisa dello stato di idratazione dell’atleta, importante soprattutto in prossimità di competizioni lunghe, in gara, il colore delle urine può dare informazioni riguardo allo stato di idratazione. Non soddisfare il fabbisogno idrico è forse l’errore più comune in gara, pericoloso perché coinvolto con la sensazione di fatica, con problematiche gastro-intestinali e situazioni molto rischiose come la disidratazione, il colpo di calore e l’iponatremia. Per performance della durata maggiore di 1-1,5h, è obbligatorio bere soluzioni idro-saline contenenti il 5-8% di carboidrati, soprattutto d’estate.  Mantenere un buono stato di idratazione in gare o allenamenti lunghi richiede l’impegno costante di bere regolarmente per tutta la durata, piccoli sorsi di soluzioni reidratanti ben tollerate.
  • NON DARE IMPORTANZA ALL’ALIMENTAZIONE: pensare di approcciarsi al trail e alle corse dieta runninglunghe, preoccupandosi solo di come allenarsi e non di come mangiare, significa fare le cose a metà e rischiare di non ottenere i risultati sperati. Sarebbe come comprare un’ automobile dalle alte prestazioni e non metterci il carburante. L’atleta deve occuparsi prima di come mangiare nella vita quotidiana e poi delle necessità nutrizionali aggiuntive per lo sport, sarebbe sbagliato anche pensare solo a cosa consumare in gara o in allenamento senza curarsi della dieta quotidiana. Per avere sempre energia, recuperare bene dall’allenamento e crescere nelle prestazioni, avere un buono stato di salute, un peso ideale, minore stato infiammatorio, reattività e resistenza, piacere e soddisfazione nel fare sport, è indispensabile scegliere il cibo giusto, adatto alla persona e al tipo di attività ed imparare ad ascoltare il corpo e le sue necessità. Soprattutto nel primo anno, è utile monitorare la composizione corporea, per capire la natura di eventuali cambiamenti fisici e nel peso corporeo.
  • DIETA SREGOLATA E CIBI DI BASSA QUALITA’: non è vero che se si fa sport e si consumano tante calorie, si può mangiare di tutto, anzi, più è tecnica e dura la disciplina sportiva e più precisa e selezionata deve essere l’alimentazione. Uno sportivo non può mangiare come un sedentario e deve pensare che gli sforzi prolungati, l’impegno muscolare, gli allenamenti junk foodregolari, richiedono energia e nutrienti in più. L’allenamento fa sicuramente bene al corpo ma lo sforza,  lo sottopone ad un impegno metabolico che deve essere compensato dall’ assunzione di nutrienti specifici per evitare che l’attività fisica sia stressante e non allenante. Alimenti ricchi in calorie ma poveri di nutrienti non sono utili nella dieta di uno sportivo: dolci, bibite zuccherate, snack e junk food,  grassi solidi e idrogenati, prodotti industriali, alcol e superalcolici dovrebbero essere eliminati a favore di frutta e verdura, carni e pesci magri, uova, legumi, formaggi magri o stagionati, cereali integrali, proteine vegetali, semi e frutta secca. Il cibo va distribuito uniformemente nella giornata anche in base agli allenamenti, gli alimenti vanno scelti per il loro contenuto in nutrienti e devono essere digeribili e ben tollerati. 
  • INTEGRATORI ALIMENTARI CASUALI: gli integratori alimentari servono quando la dieta non apporta tutte le sostanze che servono per la salute e per l’efficienza psico-fisica. Uno sportivo ha bisogno di più sostanze rispetto ad un sedentario, quindi è più facile che abbia bisogno di integratori alimentariintegratori, ma nessun integratore sostituisce esattamente una carenza alimentare, per cui prima si pensa alla dieta e poi agli integratori. Per l’utilizzo di integratori nella vita quotidiana è consigliabile rivolgersi al medico o al nutrizionista . Gli integratori per lo sport (sport drink, gel, gelatine, zuccheri, proteine, aminoacidi ..) servono per supportare l’attività fisica quando il cibo risulterebbe poco digeribile e per gare lunghe, sono quasi indispensabili
  • DIETA IPOCALORICA: sono molti quelli che cercano di ridurre il peso corporeo con restrizioni caloriche per essere più ‘leggeri’ . E’ vero che meno chili si portano dietro e minore è la fatica nella corsa, ma attenzione a come, questo scopo, viene raggiunto. Il primo obiettivo raccomandato nella dieta di un atleta è soddisfare il fabbisogno energetico, non mangiare energia a sufficienza può causare problemi da lievi a gravi come minore resistenza allo sforzo, perdita di massa ossea, disfunzioni ormonali e metaboliche, abbassamento difese immunitarie, maggior rischio di infortunio. podista stancoLa restrizione calorica non deve riguardare nutrienti essenziali, come la quota proteica, i grassi essenziali, la frutta e verdura. E’ sconsigliato eliminare del tutto i carboidrati ma ridurli ad un minimo indispensabile per l’esercizio muscolare per ridurre un sovrappeso. La riduzione di peso corporeo deve essere una riduzione di grasso corporeo, ma non di massa muscolare e acqua, cosa controproducente e pericolosa, soprattutto per uno sportivo. Per questo è importante monitorare la composizione corporea nel periodo di dieta. In chi è già magro, deve essere valutato molto bene il peso minimo raggiungibile in base alla stima del grasso corporeo, perché una riduzione della massa magra porterebbe sicuramente ad un peggioramento della prestazione. Spesso la riduzione del grasso corporeo si realizza anche solo grazie all’allenamento, soprattutto quando si inizia a correre e gli allenamenti sono lunghi, se non si mangia troppo. Quando il grasso corporeo è basso, una riduzione del peso sarebbe sicuramente a carico del muscolo. Una dieta troppo bassa in calorie e nutrienti per uno sportivo di endurance, causa non solo perdita di massa muscolare ma anche stress ossidativo, cioè eccesso di radicali liberi per una diminuzione delle difese immunitarie e della capacità antiossidante del corpo. La dieta dimagrante nello sportivo deve sempre tener conto delle necessità nutrizionali per lo sport e deve proseguire fino al peso ideale,  quando va integrata con una dieta di mantenimento.
  • ERRORI IN GARA: gli errori alimentari in gara sono molto comuni e responsabili dei frequenti disturbi gastrointestinali tra i podisti. L’errore più frequente in assoluto riguarda gara rifornimentil’idratazione: non bere a sufficienza e arrivare alla disidratazione, bere bibite mal diluite, troppo concentrate o troppo diluite, bere solo acqua sono tra gli errori più frequenti riscontrati. Per il cibo, gli errori classici sono: usare sport food (gel, gelatine, barrette) casuali e mai provati prima, non masticare bene, scegliere alimenti o integratori non tollerati, mangiare cibo ai ristori che ha tempi digestivi troppo lunghi e impegnativi. Quindi come consigli per chi si approccia a questa disciplina: cercate prodotti per lo sport adatti a voi, sia come sapore che come digeribilità, non provate mai un prodotto nuovo in gara, ma in allenamento, ai ristori cercate di consumare solo alimenti molto digeribili come brodi, succhi, frutta, biscotti, pane, riso. Evitare cibi troppo grassi come mortadella, salsicce e formaggi sburranti; le bibite zuccherate vanno diluite con acqua.

Dott.ssa Beatrice Molinari

Dieta ‘Low Carb High Fat’ per podisti: rivoluzione alimentare?

dieta LCHF

 

L’argomento è uno dei più dibattuti degli ultimi tempi, dove a fronte delle raccomandazioni istituzionali che continuano a consigliare l’assunzione costante di carboidrati  per performance oltre le 2h, sta dilagando il numero di consensi a diete a basso contenuto di carboidrati e alte in grassi (LCHF). La riduzione dei carboidrati proposta da questa corrente di pensiero prevede un’assunzione giornaliera ristretta (20-50g/die) accompagnata da un’elevata percentuali di grassi (>60% delle kcal totali). Il vantaggio descritto, è quello di promuovere un cambiamento metabolico con soppressione  dei carboidrati disponibile e la sintesi di corpi chetonici, che si sostituiscono agli zuccheri,  in qualità di carburante alternativo per l’attività fisica ed il cervello. frutta secca

La letteratura scientifica a proposito ha dimostrato che simili diete, aumentano effettivamente la quantità di corpi chetonici circolanti e anche l’utilizzo dei grassi, in particolare di quelli corporei, con il vantaggio di poter accedere ad una riserva di energia illimitata. Questo sembrerebbe risolvere il problema della dipendenza da carboidrati quale carburante preferenziale durante l’attività muscolare, ma comunque limitato alle poche scorte di glicogeno muscolare ed epatico, che obbliga alla continua assunzione durante prestazioni atletiche prolungate. Atleti che seguono diete LCHF, riferiscono maggiore lucidità, minore sensazione di fatica,  minori fenomeni infiammatori e migliori tempi di recupero.  La situazione metabolica creata da diete ‘low carb high fat’  ha però anche svantaggi:  la prima settimana di dieta, di solito provoca spossatezza, mal di testa e calo delle prestazioni, di cui va tenuto conto;  il cambiamento metabolico che migliora l’utilizzo dei grassi, disattiva però alcuni enzimi-chiave del metabolismo degli zuccheri, diminuendo la capacità di utilizzo del glicogeno muscolare e questo penalizza la prestazione durante prove ad alta intensità o che richiedono alti livelli di tecnica e abilità. pastasciutta Atleti di elite lasciati liberi di scegliere diete  LCHF o diete ad alto contenuto di carboidrati, hanno preferito  le seconde per non perdere capacità anaerobiche e  non compromettere prestazioni ad alta intensità.  Diete chetogeniche troppo estreme o prolungate, se mal gestite, potrebbero portare ad un eccessivo catabolismo muscolare e all’ eccesso di composti acidi nel corpo, creando situazioni non fisiologiche.  Probabilmente ogni individuo ha  caratteristiche personali relative al bisogno di carboidrati e capacità di utilizzo dei grassi, cosa che rende questo tipo di approccio dietetico forse non per tutti e richiede studi di approfondimento su aspetti specifici come  la quantità  minima giornaliera di carboidrati, l’identificazione della tolleranza individuale e  che chiariscano alcuni risultati ancora oggi equivoci per la poca uniformità dei dati.

Tenendo conto che non tutti gli individui reagiscono nello stesso modo e che l’applicazione ideale di questi protocolli è  l’esercizio di lunga durata,  l’approccio migliore ad oggi, sembra  quello di seguire diete LCHF chetogeniche per i periodi di allenamento, in modo da migliorare l’utilizzo di grassi, ma alternare periodi di reintegro e carico di carboidrati in prossimità della gara o di allenamenti di alta intensità, dove la necessità di ottimizzare le prestazioni rendono vantaggioso l’utilizzo di glucosio.   (continua…..)

 

 

DIETA IN GRAVIDANZA: RISCHI E BENEFICI

gravidanza dieta 2

 

Da nutrizionista mi capita regolarmente di seguire donne in gravidanza e la richiesta più frequente è quella di non aumentar eccessivamente il peso e di riperdere il più velocemente dopo il parto.

L’altra motivazione è l’obbligo del ginecologo o del reparto ospedaliero di competenza, di mettersi a dieta quando la curva da carico di glucosio risulta alterata.

Invece secondo me, tutte le donne in gravidanza dovrebbero mettersi a dieta, soprattutto per preoccuparsi di mangiare al meglio e il più completo e nutriente possibile , per assicurare le necessità nutrizionali per sé e il bambino, sostenerne il miglior stato di salute e porre maggior attenzione alla qualità dei cibi. Strutturare una dieta per la gravidanza con questi criteri, non prevede eccessi, ma prevede sazietà, varietà, gusto, bontà e piacere.  Se la ristrettezza alimentare in gravidanza è pericolosa, lo è altrettanto la libertà assoluta di mangiare tutto ciò che più piace, se quello che piace poi sono i dolci …. quello che aumenterà in maniera pericolosa non sarà solo il peso ma anche il rischio di  problematiche legate ad alterazioni del metabolismo.

Riporto una carrellata di considerazioni (che condivido) legate alla dieta ristretta in gravidanza (Fonte: http://www.mammole.it)

GRAVIDANZA: L’OSSESSIONE PER LA DIETA È RISCHIOSA

modulo alimentazione

 

A differenza di quanto si possa comunemente pensare, la malnutrizione durante il periodo di gravidanza non è solo un problema relativo ai paesi sottosviluppati ma anche alle popolazioni ricche, complice l’ossessione per la dieta e la paura di perdere il proprio peso forma.

 

Purtroppo l’immagine ideale di bellezza si sta diffondendo con troppa forza nel popolo femminile, favorendo l’incidenza di fenomeni come la depressione post-partum, soprattutto fra le donne che hanno perso il contatto con il proprio corpo e l’immagine a cui erano abituate.

 

Questo fenomeno è tra i fattori di rischio della malnutrizione, fra le donne che non vogliono ritrovarsi in sovrappeso durante  gestazione.
Se nei paesi sottosviluppati questa è una seria problematica causata dall’assenza dei macronutrienti essenziali, nei paesi sviluppati, invece, la causa risiede nelle ideologie iconiche.

 

Molte, infatti, sono le donne gestanti che seguono un’alimentazione eccessivamente restrittiva per evitare di aumentare di peso; altre seguono un’alimentazione ad esclusione del tutto casuale e basata sulle proprie opinabili conoscenze alimentari, innescando una serie di meccanismi organici a catena che, inevitabilmente, si ripercuotono sulla salute e sullo sviluppo del feto.
Le alimentazioni molto selettive, poi, come la dieta vegan e quella vegetariana, se non seguite con criterio, rischiano di escludere quei macronutrienti fondamentali ad una gravidanza controllata ed equilibrata.

 

Il principale problema a cui madre e feto vanno incontro è la malnutrizione, che nella gestante si presenta con sintomi che vanno dalla stanchezza alla caduta dei capelli, mentre nel feto può avere un’influenza più seria e permanente: malformazioni congenite, malassorbimento, ritardo nell’accrescimento, ritardi mentali e problematiche fisiche e psico-motorie che potrebbero riflettersi anche post-nascita.

 

Altissima, per esempio, è la percentuale di mortalità infantile neonatale nei paesi sottosviluppati, dove ad una scarsa nutrizione intrauterina del feto, si possono associare malattie pre-esistenti della gestante. Ma se queste sono situazioni presenti in paesi al limite della vivibilità da un punto di vista igienico-sanitario, perché riproporre le stesse potenziali problematiche in paesi dove la carenza nutrizionale e la scarsa igiene non sono un problema quotidiano e comune? L’interessamento ossessivo per la dieta e anche per l’esercizio fisico espongono il feto a gravissimi danni, nonché la madre ad aborto prematuro.

 

Se da un lato tutte le evidenze scientifiche supportano i benefici dell’attività fisica in gravidanza, vi sono donne che eseguono un’attività fisica tutt’altro che adeguata e consona al mese di gestazione, mettendo a rischio non solo il nascituro ma anche la loro stessa salute.

 

E’ importante, quindi, che arrivi un messaggio: l’aumento di peso deve sempre essere commisurato alla crescita del feto, per cui un piano alimentare seguito da operatori specializzati e un programma di attività fisica improntato al rispetto della fisiologia della gravidanza, svolto con professionisti adeguatamente formati,  possono essere la soluzione ideale per mantenersi in forma assicurando la sicurezza del feto.

Fonti:
http://salute24.ilsole24ore.com/articles/18147-malnutrizione-in-gravidanza-e-dovuta-all-ossessione-per-la-dieta?refresh_ce
http://magazine.expo2015.org/cs/Exponet/it/economia/la-malnutrizione-delle-gestanti-causa-il-50–delle-morti-infantili

 

PANE NERO AL CARBONE …. FA BENE DAVVERO??

Condivido un attendibile parere tecnico di un collega sulla moda emergente del pane ‘nero’, quello con il carbone.  Da sempre è risaputo che i cibi carbonizzati contengano sostanze cancerogene e che lo stesso ‘carbone’ usato come carminativo, possieda proprietà adsorbenti che possono influire sulle quantità ematiche di sostanze  utili alla salute, compresi i farmaci. Ma lascio descrivere la questione da chi ha validati argomenti a riguardo. Buona lettura

PER TUTTI I FINTI SALUTISTI ED ENORMI IGNORANTI… LEGGETE
In questi ultimi mesi stiamo assistendo ad un vero e proprio boom del pane nero; lo troviamo dappertutto, dal supermercato alla panetteria sotto casa.
E’ una moda che sta dilagando e che ha coinvolto anche grosse ditte alimentari a livello nazionale e l’80% delle pizzerie.
Recentemente Assopanificatori-Confesercenti ha fatto sapere che le vendite di questi prodotti sono aumentate nel corso dell’ultimo anno (presumibilmente grazie anche ai claims salutistici) e che il prezzo al Kg va dai 6,50 agli 8 euro, contro i 3-4 €/Kg del pane di grano duro.
Esattamente il doppio!
Anche perché un Kilogrammo di “farina nera” costa al panettiere circa 25 euro.
Un affare che sicuramente pochi sono disposti a farsi sfuggire!
Il nero è dovuto all’aggiunta di carbone vegetale alla ricetta classica del pane, in percentuale non definita, lasciata al gusto/responsabilità del produttore.
E’ bene sapere che il carbone vegetale si ottiene dal legno di pioppo, salice e altre essenze, mediante attivazione a vapore di materie prime di origine vegetale carbonizzate.
Il primo uso che si è fatto di questo tipo di pane è stato in ambito medico, grazie alla superficialità con la quale è stata propagandata la sua “presunta” capacità assorbente che costituirebbe un ausilio per i disturbi gastrointestinali, come meteorismo e diarrea.
Il carbone vegetale puro – non inserito nelle farine – viene da tempo impiegato in medicina nei casi di avvelenamenti per agevolare l’assorbimento della sostanza ingerita.
In Italia questo genere di carbone (E 153) può essere utilizzato liberamente grazie ad un ricerca del 2012 dell’Efsa, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare.
Nessuno però dice che in America, dove i casi di cancro sono elevatissimi, è vietato l’uso alimentare di questa sostanza a causa della sua potenzialità cancerogena, visto che non si può escludere in maniera assoluta la presenza di benzopirene e altri idrocarburi policiclici aromatici altamente nocivi.
Altra cosa che non ci dicono è che gli effetti benefici del carbone vegetale sono anche la loro principale controindicazione.
Di fatto questa sostanza funziona quasi come un collante nel nostro stomaco, legando tutto ciò che ha intorno a sé: veleni, farmaci e i nutrienti.
Chi assume medicine salvavita, come i diabetici o chi ha disfunzioni tiroidee, dovrebbe consumare il carbone vegetale a distanza di almeno 1-2 ore dalla loro assunzione (ma nessuno lo dice!).
Anche i genitori dovrebbero fare un pò di attenzione visto che i bambini non potrebbero consumarne molto perché, proprio per la sua porosità, il carbone vegetale blocca anche le sostanze nutrienti che sono fondamentali per la crescita.
Mangiare una brioche o un panino ogni tanto non fanno nulla di male. Il problema è nell’uso quotidiano!
Recentemente la Dottoressa Simona Lauri, tecnologa alimentare e responsabile del sito www.quotidiemagazine.it, mi ha inviato un interessante approfondimento sull’uso (abuso) alimentare di questa sostanza nella panificazione (arte bianca), nonostante che la normativa in vigore in Italia lo vieti espressamente.
Questo è l’interessante articolo che ho ricevuto:
OGGETTO: Parere tecnico relativo all’utilizzo dell’additivo colorante E 153 Carbone vegetale nel pane e prodotti da forno.
Da circa otto mesi a questa parte si assiste alla produzione e commercializzazione di pane, pizza e prodotti da forno contenenti l’additivo colorante carbone vegetale E153 oltre chiaramente alla pubblicità di detto prodotto espressamente per impasti di pane, pizza e prodotti da forno su molte testate specialistiche da parte delle aziende produttrici.
Premesso e fermo restando l’implicazione farmacologica e l’utilizzo in medicina di detta sostanza tal quale negli stati fisiologici e patologie che ne rendono necessario l’utilizzo sotto rigoroso controllo medico, non ci sono allo stato attuale dell’arte, studi scientifici che permettano di traslare tali informazioni mediche rendendole scientificamente veritiere nel momento in cui tale sostanza sia utilizzata negli impasti per pane e prodotti da forno in generale.
La situazione biochimica, microbiologica, fisica e chimico-fisica del processo produttivo di detti prodotti è molto complessa e nulla può far escludere (anzi molto probabile data la caratteristica peculiare del potere adsorbente del carbone vegetale) iterazioni chimiche e biochimiche con i componenti gasogeni e molecolari (acqua, proteine, lipidi, carboidrati complessi, zuccheri semplici, sali minerali ecc.) presenti naturalmente nell’impasto oltre all’assenza di studi e pubblicazioni scientifiche specifiche sul pane e prodotti da forno che evidenzino le iterazioni chimiche, chimico – fisiche e la concentrazione di residui cancerogeni sul prodotto finito dopo un ulteriore trattamento termico di cottura. FDA americana non lo permette mentre EFSA europea l’ha considerato sicuro in data 12.07.12 in base alla concentrazione di PHA, ma non si è espressa assolutamente sui prodotti di panificazione.
Fatte queste doverose premesse e precisazioni, nel settore della panificazione, ancora prima dell’entrata in vigore del Reg. UE 1129/2011 che modifica l’allegato II del Reg. CE 1333/2008, le leggi alle quali si faceva riferimento, per quanto concerne la disciplina igienica delle produzioni e vendita di alimenti, sanzioni e gli additivi alimentari consentiti, erano la Legge 283/62 e il DM 209/96 nel quale lo specifico Allegato IV riportava ben in evidenza che: Farina e altri prodotti della macinazione, amidi e fecole cosi come Pane e prodotti simili ecc. NON dovevano contenere nessun COLORANTE e l’Allegato III dello stesso DM 209/96 identificava proprio il carbone vegetale (E153) come ADDITIVO COLORANTE. La suddetta legge ne consentiva l’utilizzo solo ed esclusivamente in prodotti da forno fini oltre a quelli della confetteria.
L’entrata in vigore del Reg. UE 1129/2011 parte B ribadisce e include l’E153 Carbone vegetale nella categoria degli additivi COLORANTI. In riferimento però allo specifico settore dell’Arte Bianca, la tab. 2 dello stesso Reg. UE 1129/2011 NON consente l’utilizzo di nessun colorante in: PANE E PRODOTTI SIMILI non solo, ma in nessun ingrediente utilizzato per preparare il suddetto prodotto: ACQUA, FARINA, SALE, MALTO, ZUCCHERO, MIELE, BURRO E LATTE. Proseguendo, nell’attuale e vigente Reg. UE 1129/2011, Parte E 07 (07.1, 07.2) viene RIBADITO che – l’ E153 è consentito quantum satis solo ed esclusivamente nei Prodotto da forno fini (07.2) e NON in Prodotti da forno – Pane e panini ecc. (07.1).
Inoltre la Guidance document describing the foood categories in Part E of Annex II to Regulation (EC) n. 1333/2008 on Food Additives opera un ulteriore descrizione delle categorie di alimenti elencati proprio nel Reg. CE 1333/2008 operando un’ulteriore specifica proprio sui prodotti inclusi nella dicitura Cereals and cereal products (06) e Bakery wares (07).
Sulla base di dette valutazioni legali, si deduce che l’utilizzo del colorante E153 carbone vegetale nel pane, prodotti da forno, ecc. sia VIETATO. Essendo vietato, non si pone neanche il problema dell’utilizzo delle informazioni, già di per se molto opinabili, “Pizza/pane più digeribile” o similari per incentivare la vendita di detti prodotti da parte degli operatori del settore. A tale proposito ricordo che la denominazione di vendita Pane al carbone vegetale, se corretta da un punto di vista di semplice denominazione legale (Reg. UE 1169/2011), NON è lecita poiché implica l’utilizzo di detta sostanza E153 nell’impasto.
A conclusione delle considerazioni sopra esposte, non risulta lecito neanche l’utilizzo del claim riportato nel Reg. UE 432/2012 “Il carbone attivo contribuisce alla riduzione dell’eccessiva flatulenza post-prandiale” si riferisce unicamente a “..un alimento che contiene 1 g di carbone attivo per porzione quantificata. L’indicazione va accompagnata dall’informazione al consumatore che l’effetto benefico si ottiene con l’assunzione di 1 g almeno 30 minuti prima del pasto e di 1 g subito dopo il pasto” pertanto al consumo di carbone vegetale tal quale (venduto in farmacia, parafarmacia e GDO per particolari patologie seguendo sia la prescrizione, posologia sia le precauzioni di utilizzo riportate nel foglietto all’interno) o in alimenti in cui è CONSENTITO l’uso, ma non in aggiunta all’impasto per pane, pizza, prodotti da forno, ecc.
Nonostante l’amplificazione mediatica e pubblicitaria di detto colorante alimentare espressamente nel pane e pizza “neri” e in considerazione dell’analisi appena fatta, ribadisco che l’uso in arte bianca sia VIETATO e pertanto soggetto a sanzioni amministrative da parte degli Enti adibiti al controllo.
Dott.ssa Simona Lauri


Da quanto sopra si evince da parte dei produttori una palese violazione delle Legge in vigore.
Ma andiamo ora a vedere le sanzioni previste dalla legge a carico dei contravventori:
– Aggiungere all’impasto carbone vegetale, integra la violazione all’art. 5, della Legge 283/1962 (norma penale)
lettera “a”
a) private anche in parte dei propri elementi nutritivi o mescolate a sostanze di qualità inferiore o comunque trattate in modo da variarne la composizione naturale, salvo quanto disposto da leggi e regolamenti speciali;
lettera “g”
g) con aggiunta di additivi chimici di qualsiasi natura non autorizzati con decreto del Ministro per la sanità o, nel caso che siano stati autorizzati, senza l’osservanza delle norme prescritte per il loro impiego. I decreti di autorizzazione sono soggetti a revisioni annuali;
Per completezza di informazione, è da evidenziare il “Principio di precauzione” previsto dal Reg. Ce n. 178/2002:
“Articolo 7
Principio di precauzione
1. Qualora, in circostanze specifiche a seguito di una valutazione delle informazioni disponibili, venga individuata la possibilità di effetti dannosi per la salute ma permanga una situazione d’incertezza sul piano scientifico, possono essere adottate le misure provvisorie di gestione del rischio necessarie per garantire il livello elevato di tutela della salute che la Comunità persegue, in attesa di ulteriori informazioni scientifiche per una valutazione più esauriente del rischio”
Per ultimo, relativamente al divieto previsto nella tab. 2, del Reg. UE n. 1129/2011 che NON consente l’utilizzo di nessun colorante in: PANE E PRODOTTI SIMILI non solo, ma in nessun ingrediente utilizzato per preparare il suddetto prodotto: ACQUA, FARINA, SALE, MALTO, ZUCCHERO, MIELE, BURRO E LATTE”, si potrebbe configurare la violazione all’art 650 C.P.
Piero Nuciari
www.pieronuciari.it
Si ringrazia per la consulenza il Dr. Giovanni Rossi, responsabile del sitohttp://www.tecnicidellaprevenzione.eu/

KAMUT: PERCHE’ MANGIARLO? FA BENE DAVVERO O E’ SOLO UNA TROVATA COMMERCIALE?

kamut marchio Si chiama KHORASAN KAMUT una varietà di grano della sottospecie Triticum turgidum ssp. turanicum. Delle tante varietà di grano, questo è forse il più famoso e discusso al mondo e sicuramente uno dei più redditizi. Il Khorasan Kamut è oggetto di un brevetto da parte della società americana Kamut International di proprietà della famiglia Quinn, tanto che chiunque acquisti un prodotto a base di farina di Kamut, in qualsiasi parte del mondo, paga, con il prezzo del prodotto, una royalty che arriverà alla Kamut International.

La caratteristica che rende il Kamut così particolare, è il fatto di essere un grano antico, non geneticamente modificato, cioè non OGM,  e quindi di conservare le caratteristiche genetiche (e di conseguenza proteiche) originali dell’antica pianta selvatica. Questa caratteristica non sarebbe unica se, negli anni ’50, l’uomo non avesse irradiato e incrociato la pianta del grano antico, arrivando all’ottenimento di una pianta OGM con una resa in spighe su ogni pianta, molto maggiorata. Vista la maggior resa in grano e in farina della nuova pianta OGM e il grande vantaggio economico per il produttore da quegli anni in poi, si è diffuso l’uso di questi semi OGM cosi’ tanto da perdere quasi completamente traccia della pianta originale. Oggi giorno, tutto il frumento usato comunemente per la produzione di prodotti da forno, è OGM.  Questa è una delle cause dell’aumento esponenziale delle intolleranze al frumento nella popolazione mondiale. La modifica genetica ha causato un aumento della complessità e una trasformazione delle proteine della pianta, che ha reso la farina derivata meno riconoscibile dai nostri enzimi digestivi e quindi meno digeribile.

Ho conosciuto il responsabile commerciale  a livello mondiale della Kamut International, nipote di Bob Quinn (il proprietario del marchio) ad una fiera qualche anno fa e non ho resistito dal chiedergli la vera storia del Kamut. kamut chicchi Mi ha detto, che un amico dello zio, in viaggio in Egitto, notò questi grandi chicchi e volle portarli all’amico ricercatore in agraria al suo ritorno. Bob Quinn ne ha studiato  le caratteristiche e lo ha coltivato, facendo anche farina che ha fatto utilizzare a numerose persone. le persone, che mangiavano farina di kamut, riferivano tutte una migliore digestione e la scomparsa di numerosissimi sintomi sia a livello intestinale che generali. Dopo 10 anni di studio e di continue conferme, hanno deciso di brevettare la pianta, per preservarne le caratteristiche: il Kamut, per chiamarsi tale, deve rispondere a precise caratteristiche di composizione e coltivazione, è necessariamente coltivato con metodologia biologica.

 

Al di là della giustificazione o meno del prezzo, il Kamut ha caratteristiche nutrizionali leggermente diverse dal frumento comune, primo fra tutte, un maggior contenuto di proteine e una minor quantità di carboidrati, che lo rendono un cereale  più adatto a chi vuol controllare il profilo glicemico della dieta.

Questa varietà di grano inoltre, rientra in quella ristretta fascia di cereali ‘antichi’ non modificati, razionalmente più digeribili …  la maggior parte delle persone che provano a confrontare la digeribilità di un piatto di pasta di grano ‘moderno’ e uno di kamut, si accorge della differenza!  Il kamut si pone come alternativa al frumento comune, per tutti quelli che vogliono consumare un grano di alta qualità ed evitare frumento modificato, contenente glutine modificato, che sempre più, risulta dannoso all’intestino. Il kamut NON è indicato per chi ha problemi di CELIACHIA, perchè contiene glutine e per chi è ALLERGICO al GRANO , perchè è comunque un tipo di grano.

Caratteristiche generali

Valori Generali Grano Comune (media USDA) Grano Khorasan
Acqua 11,5% 9,7%
Valore energetico 100 g 335 cal 359 cal
Proteine 12,3% 17,3%
Lipidi totali (grassi) 1,9% 2,6%
Carboidrati 72,7% 68,2%
Fibre grezze 2,1% 1,8%
Ceneri 1,66% 1,82%

Contenuto in vitamine e minerali

mg/100 g Grano Comune (media USDA) Grano Khorasan
Calcio 30 31
Ferro 3,9 4,2
Magnesio 117 153
Fosforo 396 411
Potassio 400 446
Sodio 2,0 3,8
Zinco 3,2 4,3
Rame 0,44 0,46
Manganese 3,8 3,2
Vitamina B1 0,42 0,45
Vitamina B2 0,11 0,12
Niacina 5,31 5,54
Acido pantotenico 0,91 0,23
Vitamina B6 0,35 0,08
Folacina 0,0405 0,0375
Vitamina E 1,2 1,7

Contenuto in Aminoacidi

g/100 g Grano Comune (media USDA) Grano Khorasan
Triptofano 0,194 0,117
Treonina 0,403 0,540
Isoleucina 0,520 0,600
Leucina 0,964 1,23
Lisina 0,361 0,440
Metionina 0,222 0,250
Cistina 0,348 0,580
Fenilanina 0,675 0,850
Tirosina 0,404 0,430
Valina 0,624 0,800
Arginina 0,610 0,860
Istidina 0,321 0,430
Alanina 0,491 0,630
Acido aspartico 0,700 0,980
Acido glutamminico 4,68 5,97
Glicina 0,560 0,650
Prolina 1,50 1,44
Serina 0,662 0,930

 

 

intestino salute

 

Esistono alternative meno costose, rappresentate da tutti i ‘grani antichi’ , rimasti intatti, protetti dalle tradizioni contadine locali, ne esistono di varie qualità in varie zone d’Italia, a partire da Grano Senatore Cappelli (Puglia e Basilicata), grano Verna (Casentino – Toscana) e grano Saragolla (Campania, Abruzzo, Basilicata), con caratteristiche di qualità, palatabilità e digeribilità sovrapponibili all’ormai noto e inflazionato Kamut.

DIETA VEGANA E DNA

Dieta vegana, invecchiamento e DNA: le nuove scoperte

Uno studio condotto da un team di ricercatori dell’Università della California (San Francisco), sotto la guida del famoso nutrizionista americano Dean Ornish, ha dimostrato per la prima volta il potere di un regime alimentare corretto sul DNA umano. In particolare, una dieta vegana (che include il consumo di frutta, verdura, legumi e cereali ed esclude carne, pesce, latticini e uova) sarebbe in grado di agire sull’organismo a livello genetico, avendo effetti diretti sui telomeri”, la parte finale dei filamenti cromosomici, la cui lunghezza è stata legata alla longevità e ad una ridotta incidenza di gravi malattie.

Una dieta vegana non solo aiuta a guarire da molte malattie, ma blocca letteralmente gli effetti dell’invecchiamento, agendo nell’organismo a livello genetico: uno studio scientifico americano, appena pubblicato sul Lancet Oncology, ha cosi’ dimostrato per la prima volta il potere di un regime alimentare corretto addirittura sul DNA umano. 

La ricerca condotta dall’università della California a San Francisco sotto la guida del famoso nutrizionista americano Dean Ornish (che in questo studio ha collaborato con la dr.ssa Elizabeth Blackburn, premio Nobel per la Medicina nel 2009) ha osservato in 10 uomini malati di tumore della prostata e sottoposti a dieta vegana e altre lievi modifiche allo stile di vita (il cosiddetto “Programma Ornish”), l’apparire di mutazioni “ai telomeri” dei pazienti: I telomeri sono la parte finale dei filamenti cromosomici e la loro lunghezza e’ stata legata alla longevità e a una ridotta incidenza di gravi malattie. “Abbiamo scoperto che la telomerasi è aumentata del 30 per cento in soli tre mesi”, ha detto Ornish. La telomerasi è un enzima che colpisce i telomeri. Gli studiosi hanno inoltre esaminato l’attività dei geni. “L’espressione genica su 500 geni è cambiata, in ogni caso in modo benefico,” ha detto Ornish a NBC News.
Dopo 5 anni il team ha rimisurato la lunghezza dei telomeri. Tra i 10 uomini con cancro alla prostata che hanno adottato i cambiamenti di stile di vita, la lunghezza dei telomeri è aumentata in media del 10%. In confronto, la lunghezza dei telomeri è diminuita in media del 3% nei restanti 25 uomini a cui non è stato chiesto di apportare modifiche allo stile di vita.

“E’ il primo studio ad evidenziare che un intervento sullo stile di vita può bloccare l’invecchiamento cellulare – ha detto Ornish – Le implicazioni di questo relativamente piccolo studio pilota possono andare oltre gli uomini con cancro alla prostata. Se convalidato da studi controllati randomizzati su larga scala, questi cambiamenti dello stile di vita possono ridurre significativamente il rischio di una grande varietà di malattie e mortalità prematura. I risultati ci dicono che i nostri geni sono la predisposizione, ma NON sono il nostro destino”.

Il programma Ornish, che include una dieta vegana e altre pratiche salutari (come il camminare 30 minuti quasi ogni giorno, praticare yoga e adottare tecniche di gestione dello stress) si era già dimostrato capace di invertire le malattie cardiache, il diabete e mantenere il cancro alla prostata sotto controllo.

La dieta vegana include il consumo di frutta, verdura, legumi e cereali (ed esclude carne, pesce, latticini e uova). I pazienti di Ornish dovevano anche consumare integrale e mantenere l’assunzione di grassi intorno al 10% delle calorie quotidiane.

FONTE: Dean Ornish, Jue Lin, June M Chan, Elissa Epel, Colleen Kemp, Gerdi Weidner, Ruth Marlin, Steven J Frenda, Mark Jesus M Magbanua, Jennifer Daubenmier, Ivette Estay, Nancy K Hills, Nita Chainani-Wu, Peter R Carroll, Elizabeth H Blackburn, Effect of comprehensive lifestyle changes on telomerase activity and telomere length in men with biopsy-proven low-risk prostate cancer: 5-year follow-up of a descriptive pilot study, The Lancet Oncology, Early Online Publication, 17 September 2013

Fonte: http://www.morasta.it/la-dieta-vegana-inverte-linvecchiamento-agendo-sul-dna-nuova-scoperta/#prettyPhoto   

Lo studio: http://www.thelancet.com/journals/lanonc/article/PIIS1470-2045%2813%2970366-8/fullte